Il 27 agosto 2025, alle ore 18, nel suggestivo scenario del piazzale del Lavatoio di Alvito, Storia Live approda al Festival delle Storie per un incontro che unisce cultura, ricerca e divulgazione. Questa sera parleremo di storie, miti e leggende, ma anche – e soprattutto – di falsi storici, ovvero di quelle narrazioni o oggetti che, a volte consapevolmente, a volte per semplice tradizione, ci allontanano dalla verità dei fatti. Accanto a me ci sono tre ospiti che ci aiuteranno a compiere questo viaggio: li ascolteremo nel corso della serata, ma prima è giusto chiarire alcuni concetti di base.
Cominciamo dai miti. Con questo termine indichiamo quelle storie tramandate nei secoli, spesso con un forte carattere religioso e legate alla fondazione delle città. Un esempio? Il mito di Saturno che fonda Atina insieme alle altre città laziali che iniziano per “A”: Anagni, Arpino, Alatri e Antinum, l’attuale Ferentino. Il mito, però, non pretende di raccontare una verità storica. È affascinante, identitario, ma va trattato con cautela se si vuole fare ricerca seria. Passiamo alle leggende. Qui abbiamo una base storica reale, che col tempo viene “arricchita” o “impoverita” di dettagli, assumendo tratti di fantasia ma restando credibile. È il caso di tante narrazioni locali che ci sembrano plausibili, ma che non sempre corrispondono ai fatti. Quando una leggenda perde ogni legame con la storia, lo studioso deve saperla escludere dal percorso di ricerca. Infine, i falsi storici. Qui parliamo di oggetti o vicende costruiti ad arte, con lo scopo preciso di ingannare. Falsi che, però, spesso hanno avuto un enorme successo e hanno influenzato la nostra visione del passato.
Prima di vedere esempi concreti, soffermiamoci su una parola che tutti conosciamo: Medioevo. Già nel 2019, a Palazzo Ducale di Alvito, Storia Live aveva organizzato una conferenza dal titolo “La ricostruzione del Medioevo nella Valle di Comino”. In quell’occasione citammo lo storico Giuseppe Sergi (L'idea di Medioevo fra storia e senso comune – Donzelli Editore) dell’Università di Torino, che provocatoriamente scrisse : “Il Medioevo…non esiste”. E in effetti, cos’è il Medioevo? È una costruzione culturale nata dal Rinascimento e rielaborata nei secoli fino a oggi. Non ci interessa più come fu davvero quel millennio: ci piace il Medioevo raccontato dai film. Da un lato il “Medioevo brutto”: guerre, carestie, povertà. Dall’altro il “Medioevo bello”: cavalieri, dame, amore cortese. Due immagini stereotipate che riducono un’epoca di mille anni a poche scene cinematografiche. Per questo gli storici hanno iniziato a dividerlo: prima in Alto e Basso Medioevo, poi in Pieno Medioevo, poi ancora in Duecento, Trecento, Quattrocento… fino ad arrivare a scansioni di 50 o addirittura 25 anni per seguire meglio fenomeni come mode, tecniche belliche, economia. Non a caso, anche i rievocatori oggi scelgono di ricostruire epoche sempre più circoscritte, per essere il più fedeli possibile. Ecco perché possiamo dire che il primo “falso storico” è proprio il termine “Medioevo”.
Per spiegare meglio il tema, prendiamo tre esempi celebri citati dal professor Alessandro Barbero, anche nel programma Barbero Risponde e Chiedilo a Barbero , a cui Storia Live ha contribuito con ricostruzioni andate in onda su La7 e sul podcast di Choramedia. Tre falsi, tre tipologie: • Un documento: la Donazione di Costantino. È un atto dell’VIII-XIX secolo, autentico come manufatto, ma falso nei contenuti. Racconta che l’imperatore Costantino avrebbe donato potere temporale al papa. Peccato che Costantino fosse morto già da oltre 500 anni. • Un tessuto: la Sacra Sindone. Risale al XIII-XIV secolo, e dunque non può essere il lenzuolo di Cristo. Già nel Medioevo c’era chi metteva in guardia contro il suo uso come reliquia. • Una leggenda: lo Ius Primae Noctis. Un’invenzione nata nel XVI secolo da un’interpretazione errata di un documento francese: non un privilegio signorile, ma un divieto di consumare il matrimonio nei primi tre giorni, che poteva essere “riscattato” con una donazione al vescovo (che divenne nel proseguo una tassa). Tre casi diversi, ma un filo comune: la manipolazione della memoria.
E ora concentriamoci sul nostro territorio. Chiedo all’architetta Paola Papalini di accompagnarci tra i miti e le leggende della Valle di Comino ed in particolare di un falso storico vicino a noi. [PP] Allora, parliamo di Montecassino. L’abbazia, quella che si vede oggi, lassù sulla collina, tutta bella, immacolata, maestosa... Ecco, non è quella vera. O meglio: non è quella che c’era prima. È un falso storico. Perché? Per capirlo bisogna fare un passo indietro. Montecassino è un luogo chiave della storia europea. Fondata da San Benedetto nel VI secolo – siamo intorno al 529 – è stata per secoli un faro di cultura, spiritualità, trasmissione del sapere. Un posto unico. Ma nel 1944 viene distrutta. Gli Alleati, che combattevano per risalire l’Italia contro i tedeschi, credono – sbagliando – che l’abbazia sia piena di soldati nemici. E la radono al suolo con un bombardamento devastante. Ora, dopo la guerra, le autorità italiane – e anche il Vaticano – decidono di ricostruirla “com’era e dov’era”. Bellissimo slogan, no? Però… è qui che le cose si fanno interessanti. La ricostruzione, in realtà, non riproduce fedelmente l’abbazia com’era prima della guerra. Viene fuori una specie di Montecassino ideale, soprattutto ispirata all’aspetto che aveva nel Settecento, in epoca barocca. Le parti più antiche, quelle medievali, rinascimentali, vengono sacrificate o trascurate. È come se si fosse deciso che l’unico Montecassino degno di essere salvato fosse quello “più bello”, quello “più imponente”. Ma non il più autentico. E qui entra in scena un altro elemento fondamentale: gli americani. C’era un reparto speciale, i Monuments Men – forse qualcuno li ha sentiti nominare per il film con George Clooney – che aveva il compito di salvare il patrimonio culturale europeo. Un’idea nobilissima, eh! Ma questi ufficiali erano, per così dire, figli della loro cultura. Avevano in testa l’idea di un’Europa “classica”, barocca, armoniosa. E quindi anche il modo in cui documentano Montecassino riflette questa visione: foto, incisioni, piante dell’abbazìa nella sua forma più monumentale. Il problema è che quella documentazione poi diventa la base della ricostruzione. Cosa succede? Succede che si mette in piedi un edificio che somiglia molto all’originale… ma non è l’originale. È una copia idealizzata, semplificata. Bella da vedere, sì. Ma molto più “cinematografica” che storica. E infatti non è un caso che l’operazione abbia anche una funzione simbolica fortissima: dopo la guerra, l’Italia distrutta vuole dare al mondo l’idea che può risorgere. Che può ricostruire le sue radici spirituali, culturali, identitarie. E quindi Montecassino diventa il simbolo della rinascita nazionale. Solo che, per farlo, si sacrifica qualcosa: la verità storica. La stratificazione dei secoli. Le ferite lasciate dalla guerra. Tutto viene spianato, letteralmente e simbolicamente, per dare spazio a un’immagine rassicurante. Una bella bugia a fin di bene, potremmo dire. E allora – e concludo – Montecassino è un caso emblematico. Non perché ci sia stato un complotto, no! Ma perché mostra come anche le buone intenzioni, se guidate da una visione parziale della storia, possono produrre un falso. Magari un falso che funziona, che commuove, che ispira. Ma pur sempre un falso. E come addetti ai lavori, il nostro mestiere è questo: guardare dietro la facciata, capire com’è andata davvero. Anche quando la verità è meno bella della leggenda. Parliamo ora delle mura megalitiche, che ancora oggi si vedono ad Atina, Vicalvi, Alvito, San Donato, Casalvieri e in altri luoghi. Per secoli definite “ciclopiche”, quasi fossero state erette da giganti, erano in realtà opere delle popolazioni italiche preromane, poi riutilizzate dai Romani e ancora in epoca medievale. Un mito affascinante, ma che rischia di offuscare la realtà storica. Poi ci sono i leoni di pietra: ad Alvito ne vediamo due, uno dentro e uno fuori Palazzo Ducale; altri a Vicalvi e al museo archeologico di Atina. Monumenti enigmatici, spesso attribuiti ora ai Romani, ora a Montecassino. Ma senza datazioni certe, ogni attribuzione rischia di diventare un falso. Forse alcuni esemplari sono romani, forse riutilizzati in epoche successive: senza prove, restiamo nel campo delle ipotesi. E ancora, la leggenda di Cominium e Aquilonia, le due roccaforti sannitiche distrutte dai Romani nel 299 a.C. Tito Livio le descrive con precisione, ma scrive due secoli e mezzo dopo i fatti. Così, oggi, c’è chi identifica Cominium a Vicalvi, ad Atina o tra Alvito e San Donato. Ma non abbiamo prove certe e le stesse fonti disponibili oggi non ci permettono di geolocalizzare esattamente l’antica città sannita, e parlare con certezza significa rischiare un falso storico. Non va ignorato inoltre che i Romani risiedevano nella valle ed avevano già conquistato Atina prima della terza guerra sannitica. Passo nuovamente la parola a Paola Papalini per una riflessione sull’affresco della Madonna Nera nel castello di Vicalvi. [PP] Ho conosciuto l’affresco della Madonna nera per caso… visitando il castello di Vicalvi. Era lì: Bellissima, intensa… e nera. E la guida ci racconta il perché: motivazioni simboliche, significati nascosti… addirittura l’ipotesi che fosse stata annerita in un tentativo maldestro di difesa dalle invasioni dei Mori. Insomma, una storia affascinante, ma che a me è sembrata un po’… romanzata. Perché mi è venuto in mente subito quello che era successo anche ad autori illustri, come Cimabue: usavano il bianco di piombo per gli incarnati. Ma quel pigmento, in certe condizioni atmosferiche e con certe preparazioni pittoriche, non ha bisogno di secoli per cambiare: può annerire anche quasi subito. È chimica, non mistero. Torno a casa, prendo Photoshop e inizio a simulare i colori com’erano e come sono oggi. E saltano fuori cose interessanti: basta ripristinare il rosa dell’incarnato per accorgersi che l’immagine cambia completamente. Per chi vuole approfondire, ci sono gli atti della conferenza tenuta a Vicalvi. Ora, il punto è questo: se tu credi che il nero sia voluto, magari ti viene in mente di restaurarlo così com’è… o addirittura di ridipingerlo nero “perché così era giusto”. Ma in realtà, così lo allontani da com’era davvero. E la cattiva conoscenza non colpisce solo l’affresco: colpisce anche il castello stesso. Qui, per esempio, sono state girate scene di un film, e le scenografie sono rimaste sul posto: scale monumentali, leoni di pietra, perfino gabbie per le torture… tutte cose che confondono i visitatori, che finiscono per credere che facciano parte della storia vera del castello. Oppure, pensate a un arco in polistirolo messo lì per coprire il degrado di una muratura pericolante: sembra un restauro, ma in realtà nasconde un problema strutturale che resta lì, invisibile… e pronto a peggiorare. Ecco perché la cattiva conoscenza e la cattiva interpretazione non sono soltanto un errore: possono diventare un danno al bene stesso. Perché le leggende possono affascinare… ma la verità, se la perdi, non torna più E potremmo continuare: il cosiddetto Castello Longobardo di Vicalvi, che sarebbe un unicum mondiale, dato che l’incastellamento è avvenuto secoli dopo. Oppure il Castrum Albeti, che gli studiosi oggi traducono non più come “Castello di Alvito”, ma semplicemente come “centro fortificato”.
Dopo tanti esempi, è il momento di parlare di metodo. Perché la storia non è solo racconto: è verifica, è confronto tra fonti, è ricostruzione filologica. E qui entrano in gioco i rievocatori e ricostruttori storici, i quali, rispetto ai semplici “figuranti” che partecipano agli eventi di Rievocazione medievale, non si limitano a “vestire i panni del passato”, ma ricostruiscono oggetti e contesti con rigore scientifico. Per spiegarci come si fa, cedo la parola a Marco Dubini, che ci parlerà del metodo usato per ricostruire un arco storico. [MD] Prima di affrontare il tema della costruzione di un arco storico, è utile partire da una testimonianza che ci restituisce uno spaccato del Medioevo in merito all’uso di archi e balestre. Mi riferisco al secondo Concilio Lateranense del 1139, che stabilì la scomunica e la dannazione eterna per chi avesse utilizzato queste armi contro altri Cristiani. Papa Innocenzo II così faceva scrivere nel Canone XXIX del Concilio Lateranense del 1139: ".....artem autem illam mortiferam et Deo adibilem ballistariorum et sagittariorum adversus Christianos et Catholicos axerceri de cetero sub anathemate prohibemus" Cioè: "Noi proibiamo sotto pena di anatema che la criminale arte dei balestrieri e degli arcieri, odiata da Dio, sia impiegata d'ora in avanti contro Cristiani e Cattolici" Un divieto che, tuttavia, non venne mai rigidamente rispettato. Basti pensare che nel 1199 Riccardo Cuor di Leone trovò la morte proprio a causa di un dardo di balestra. Ho consultato poi documenti coevi , nei quali si trovano indicazioni sui legni impiegati per la fabbricazione di archi e frecce . Dal trattato De Agricoltura di Piero De’ Crescenzi (1304) ho estratto alcune informazioni. All'interno si trovano interessanti informazioni sui legni adatti alla costruzione di archi: tasso, nocciolo, sambuco e olmo. Ecco gli estratti: 1) Il nasso (tasso, n.d.r.) è arbore piccolo, il quale nasce nei monti e nelle alpi, è ottimo per balestri e archi in legno. 2) Dell'Avellame, cioè Nocciuole. Del loro legno si fanno ottimi cerchi da vaselli di vino e archi da saettare assai buoni. 3) Il sambuco è arbore noto, il quale nasce nelle siepi, e agevolmente s'appiglia piantato co'rami fitti nella terra, e del suo legno mezzanamente grosso si fanno gli archi, e del più grosso non nodoso si fanno ottimi strali. 4) Dell'Olmo. Anche se ne fanno forche e forconi e assai convenevolmente tutti gli strumenti che ricchieggon tenacitude e fermezza, e che piuttosto si pieghino, che si spezzino o si fendano. Una volta chiarito il contesto, ho quindi approfondito lo studio dei numerosi reperti medievali conservati nei musei e documentati nelle analisi dei reperti effettuate dagli archeologi, corredati da fotografie e relazioni sugli esemplari rinvenuti in diverse aree dell’ Europa. E’ disponibile uno studio del 2013 che riporta, con numerose immagini e dettagliati disegni, tutti i ritrovamenti di archi e frecce europei da 8,000 anni fa al relitto della Mary Rose (metà del XVI secolo). Segnalo poi che negli ultimi anni, a causa della liquefazione dei ghiacciai, in particolare nei paesi scandinavi, sono emersi numerosi reperti (archi e frecce, ma non solo) non ancora analizzati, che costituiscono un’ulteriore fonte di informazione sull’arcieria antica Per completare la ricerca ho frequentato un corso di costruzione di archi con esperti in costruzione di archi in legno, iniziando così a riprodurre i primi esemplari utilizzando i legni più comuni nel Medioevo: tasso, olmo, nocciolo, carpino, maggiociondolo e altri ancora. Questa sera ho portato alcune riproduzioni, una per ciascuna tipologia di legno. Come potete osservare, gli archi differiscono per dimensioni, lunghezza e colore. Ma qual è quello “giusto”? [MD] In realtà non esiste una risposta univoca: tutto dipende dallo scopo dell’arciere. Se l’obiettivo è colpire un bersaglio a 20 metri, non serve un arco molto potente. Per la caccia, inoltre, può risultare più utile un arco corto, che facilita l’avvicinamento alla preda. In guerra, al contrario, era indispensabile un arco potente – intorno alle 120 libbre – capace di scagliare frecce a lunga distanza e con punte pesanti in grado di superare le protezioni del nemico. Marco, noi non siamo esperti e vorremmo approfittare questa sera della tua presenza per avere qualche elemento che possa permetterci di capire se un arco è stato riprodotto secondo il metodo da te illustrato. Ad esempio quando andiamo a una rievocazione storica e vediamo figuranti armati, come possiamo distinguere un arco filologico da uno puramente scenografico? [MD] Non è difficile in realtà. Ci sono parti dell’arco che risultano aggiunte “moderne” e che nei reperti di archi medievali non sono mai presenti. Mi riferisco al rivestimento in cuoio al centro dell’arco (l’impugnatura), alla “finestra” o aggiunta di pezzetti di legno sull’arco per poggiarvi la freccia. La freccia poggiava sulla mano dell’arciere che impugnava l’arco. Ancora i cornini in osso spesso visibili alle estremità degli archi che appaiono intorno al XIV secolo, corde in dacron o fibre sintetiche moderne. L’arco inoltre deve essere prodotto con uno dei legni citati in precedenza; spesso gli archi “farlocchi” vengono ricoperti in cuoio per nascondere materiali moderni (fiberglass e simili). Questi sicuramente sono gli elementi più visibili che ci aiutano a capire se abbiamo di fronte un arco correttamente riprodotto. E ancora: ci puoi raccontare la collaborazione con l’Università di Perugia per l’MBA! Project , un esempio concreto di sperimentazione storica? [MD] Certamente. Nel 2016 vengo invitato a partecipare al progetto “MBA! Project” ideato da ArcoUISP in collaborazione con l’Università degli Studi di Perugia, Laboratorio LAMS e con l’ English Warbow Society . MBA è l’acronimo di My Bow, Awake! I risultati del progetto sono stati poi utilizzati per la redazione della tesi di laurea “Tirare storicamente con l’arco: dalle basi antiche alle moderne analisi scientifiche per una nuova proposta sportiva” di Matteo Lucaroni, relatore Prof. Andrea Biscarini del Dipartimento di Medicina, Corso di Laurea in “Scienze e Tecniche dello Sport (LM68)”. In breve ci hanno misurato e ripreso con sensori, pedane di pressione, videocamere cinetiche ad altissima sensibilità, mentre utilizzavamo riproduzioni di archi medievali in legno. Attraverso prove di tiro effettuate in laboratorio tra soggetti in grado di tendere l’arco nel “modo antico” (top level) e soggetti di confronto in grado di tendere e scoccare sia in modo antico sia moderno, si è cercato di evidenziare il diverso sfruttamento dei muscoli impiegati nell’atto di flettere l’arco e rilasciare la freccia relativamente alla postura (equilibrio). I test di laboratorio EMG, unitamente al test MVC hanno dimostrato innanzi tutto il grado di simmetria nello sfruttamento dei muscoli dorsali, e l’impiego di muscoli “dormienti”. Diverso invece è l’utilizzo della muscolatura e la postura dell’arciere nel tiro moderno. Grazie Marco. Ora passiamo alle spade. Jacopo Matricciani: come si ricostruisce filologicamente una spada medievale? [JM] Partiamo subito da quello che abbiamo nella testa quando pensiamo ad una spada. Ci vengono subito in mente le scene dei film dove si vedono spade enormi, ingombranti, pesantissime, insomma un arma che sembra essere più da intralcio che di ausilio per gli armati. Ebbene una spada medievale pesava meno di una bottiglia d’acqua di oggi: 1,2 – 1,3 kg. Si trattava di un prodotto molto complesso e molto costoso. Cosi come oggi, anche all’epoca tutte le principali conoscenze tecnologiche vengono messe nelle armi, e cosi realizzarono spade leggere, ben bilanciate ed efficaci. Spostiamoci ora nei musei dove vediamo numerosi reperti di spade medievali e dove in molti non vi sono tracce delle numerose altre lame che sono visibili nelle iconografie medievali. Ho portato con me un’arma di mia riproduzione, realizzata partendo appunto da una iconografia medievale del Duecento. Deriva da un falcione modificato con punte utili a provocare ferite gravi all’avversario. Ebbene queste lame, dove rinvenute, non sono state esposte nelle teche semplicemente perché non assomigliavano al concetto di “spada” che a partire dall’800 si aveva. Altre sono state riprodotte, utilizzando lo stesso metodo utilizzato nel medioevo, ed esposte nei musei come autentici esemplari anziché come riproduzioni. Alcune spade originali sono spesso conservate in cassoni non visibili ai visitatori ed il cui accesso è limitato ad esperti del settore. Chiedo a questo punto anche a te Jacopo, quali sono gli elementi che, in un evento di rievocazione, ci permettono di capire se una spada è attendibile o se siamo davanti a un oggetto di fantasia? [JM] Come detto il primo elemento è certamente il peso. Le riproduzioni filologiche si aggirano intorno a 1,2-1,5 kg ( tenendo conto a qualche etto in più aggiunto per renderle utilizzabili nelle battaglie di rievocazione storica ). In secondo luogo erano molto lineari e tutte le decorazioni di fantasia aggiunte dai fabbri moderni, non trovano attestazione nelle fonti e nei reperti. Infine ogni spada deve avere il suo fodero. Ricordiamoci che erano all’epoca dei prodotti molto costosi e che dovevano fare la differenza tra la vita e la morte in battaglia. Pertanto venivano curate e pulite costantemente per non intaccare la loro efficienza. Oggi siamo abituati più ad un “uso e getta” e se rievochiamo un soldato medievale dobbiamo tenere conto anche dell’importanza che le spade avevano all’epoca. Jacopo, recentemente ti stai occupando del corso universitario per rievocatori come Public Historian: ci racconti brevemente questa esperienza? [JM] Il corso universitario di perfezionamento “Il rievocatore con Public Hisotrian” promosso dal Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere dell’Università di Pisa, è rivolto al mondo della rievocazione ricostruttiva ed è in particolare indirizzato a chi intende apprendere gli strumenti necessari per operare consapevolmente nella partecipazione, organizzazione, allestimento, promozione di eventi rievocativi che si richiamino alla ricerca storica e archeologica. Il corso è nato dall’esigenza di mettere in comunicazione i Rievocatori storici, i Comuni ed i Musei. È stato redatto un glossario comune e sono stati introdotti i metodi e le pratiche della Public History già diffusa all’estero.
Arriviamo all’ultimo esempio: gli abiti. Questa sera indosso una sopravveste rossa ricostruita a partire da una miniatura del 1401, conservata a Bologna. Non entrerò nei dettagli della sua realizzazione, che richiederebbe una conferenza dedicata, ma vi racconterò un aneddoto legato a questo abito che testimonia, ancora una volta, il metodo di ricerca e di studio dei Rievocatori storici: l’abito fu realizzato per una mostra al Museo Medievale di Bologna, poi saltata a causa della pandemia e che è stata trasformata in video prodotti dalla Compagnia delle 13 Porte di Bologna e visibile online (Il Mercato di Porta Ravegnana e Matricula Societatis Fabrorum Civitatis Bononiae) . Per realizzarlo abbiamo usato scansioni ad alta risoluzione della miniatura, ma la sarta storica ha chiesto di poterla vedere dal vivo. E in effetti, davanti all’originale, ha colto dettagli che in digitale non erano visibili. Il risultato è un abito filologicamente accurato, frutto di un metodo che unisce fonti scritte, immagini e osservazione diretta. Ecco cosa distingue un rievocatore da un semplice figurante: la ricerca, la verifica, la cura dei dettagli.
Siamo arrivati al termine di questo percorso. Abbiamo visto miti e leggende che arricchiscono la nostra cultura, ma che non possono sostituire la ricerca storica. Abbiamo parlato di falsi celebri, da Costantino allo Ius Primae Noctis, e altri più vicini a noi, dalla Valle di Comino alle sue mura e ai suoi castelli. Abbiamo soprattutto capito che senza metodo non c’è storia: c’è solo racconto. Il nostro obiettivo, questa sera, non era darvi risposte definitive, ma stimolarvi a porvi domande. Perché la storia vera è sempre più affascinante delle storie inventate.
"Per far compiuta e vera la nostra Storia nazionale,ci bisogna rifar prima o fini di rifare le storie particolari raccogliere o finir di raccogliere tutti i monumenti dei nostri Comuni ognuno dei quali fu uno Stato" (G. Carducci)
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